Tra i danni, di immensa gravità, che sta provocando l’aumento delle temperature globali, che è più sensibile – come spesso abbiamo detto in questa pagina – nelle zone artiche, quello, forse, più inquietante è il rischio, tutt’altro che remoto, che possano tornare a circolare malattie di epoche preistoriche, i cui germi sono attualmente intrappolati e congelati all’interno delle enormi distese di terreno perennemente congelato in profondità, noto come “permafrost”.

Come potrebbe succedere? Se avete due minuti di pazienza, ve lo racconto.

Attualmente, in una sezione di territori posizionati oltre i circoli polari e al di sopra di elevate altitudini lungo le catene montuose, il clima è così freddo che la temperatura media annua è sotto lo zero. In queste condizioni, il terreno rimane perennemente congelato in profondità e scongela solo parzialmente durante la stagione estiva al massimo per una trentina di centimetri.

Attualmente, i terreni occupati dal permafrost coprono una superficie di oltre 22 milioni di chilometri quadrati (quasi 70 volte la superficie dell’Italia), in gran parte situata nell’emisfero boreale e in due paesi: il Canada e la Russia. All’interno del permafrost, che è congelato da quasi 2 milioni di anni, specialmente nella sua parte più profonda, sono intrappolate notevolissime quantità di materiale organico (che contiene carbonio) e quantità inimmaginabili di un composto di acqua, metano e altri gas: gli idrati di metano.

Si tratta di composti, che sono almeno di tre tipi, che – per semplicità – sono formati da molte molecole di acqua, allo stato solido, che intrappolano all’interno di una “gabbia” gas come il metano, l’anidride carbonica, l’ossido di carbonio e l’etano. All’incirca un sesto di gas e cinque sesti di acqua, ma la proporzione varia in base al tipo di idrato.

Con l’aumento delle temperature, che è più rapido e più consistente nelle zone artiche (4°C contro 1,2°C globali), il permafrost tende a fondere non più solo superficialmente ma anche in profondità, poiché le temperature medie annue stanno diventando gradualmente positive a partire dalle latitudini più meridionali. Lo scioglimento di questi strati meno superficiali di permafrost libera non solo, quindi, quantità notevoli di metano (che è un gas serra molto efficiente) e anidride carbonica, ma espone all’aria i materiali organici intrappolati nel ghiaccio, causandone la decomposizione: i batteri li “divorano” emettendo anidride carbonica in grande quantità, ovviamente non recente ma preistorica e questo aggrava la situazione.

Non basta. Fra questi materiali organici figurano non solo carcasse, praticamente intatte, di animali preistorici, come mammuth, tigri e lupi polari, a volte vecchi di oltre 10 mila anni, ma persino batteri e virus rimasti congelati nel permafrost in epoche antichissime.

È notizia di tre anni fa il ritrovamento, da parte di un team di scienziati francesi, di un virus di 48.500 anni fa, poi riattivato in laboratorio; un virus non pericoloso per l’uomo, perché in grado di infettare solamente esseri viventi unicellulari; ma poiché il permafrost più profondo ed antico si è formato poco meno di 2 milioni di anni fa, nulla esclude che il suo scioglimento possa portare alla luce virus o batteri ancora più antichi, potenzialmente letali anche per il genere umano. L’ipotesi di estinzioni di massa causate da epidemie virali, del resto, è una di quelle ancora in auge per spiegare mutamenti a volte tanto rapidi del bioma fra epoche geologiche differenti.

Ma, oltre ad aggravare la crisi climatica, lo scioglimento del permafrost, specialmente montano, può condurre ad altre gravi conseguenze: l’aumento dell’instabilità dei suoli montani, le frane, i crolli delle pareti rocciose. E tutto questo in aggiunta ai distacchi di ghiaccio che avvengono con sempre maggiore frequenza sulle Alpi, e in altre importanti catene montuose, a causa dell’arretramento dei ghiacciai, delle acque di fusione che fanno spesso scivolare a valle intere sezioni glaciali, talvolta con fatali conseguenze anche per l’uomo.

Pierluigi Gioia

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